Per Susanna Orlando GALLERIA, Pietrasanta


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La doppia vista


All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in un certo modo doppi. […] Trista quella vita che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.


(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 30 novembre 1828)

Il termine “immaginare” deriva dal latino “imago” che significa immagine, figura ma anche apparizione, visione, sogno, allegoria, allucinazione. Uno dei primi filosofi ad affrontare il concetto di immaginazione fu Platone che, nel Teeteto, la definisce quell’attività indispensabile che si genera dal contatto con le cose reali per poi divenire attività creativa autonoma, di cui solo l’uomo è capace, sottolineandone il potere creativo e le ricadute positive sulla realtà.

I recenti studi sul cervello compiuti dalle neuroscienze dimostrano non solo quanto l'immaginazione sia una funzione vitale del nostro modo di vedere e significare la vita, ma anche quanto sia determinante nel raggiungimento dei nostri obiettivi grazie alla possibilità, con la sola attività immaginativa, di attivare percorsi neurali che guideranno inconsciamente le nostre azioni ed i nostri comportamenti verso la meta prefissa. Esercitare la nostra capacità immaginativa diventa dunque un’esigenza primaria, un monito che ci spinge alla realizzazione dei nostri sogni ed eleva il nostro spirito oltre l'ordinario, distinguendoci dal regno animale. A suonare come un monito è anche il titolo della mostra di Lucy Jochamowitz, mirar OLTRE, un meraviglioso richiamo al dovere e alle proprie responsabilità immaginative.

Mirar OLTRE è un invito a guardare oltre, oltre all’ordinaria realtà delle cose, oltre al mondo fenomenico che si esperisce attraverso i sensi. Un invito ad esercitare sul mondo una “doppia vista” che vede e, al tempo stesso, immagina. Uno sguardo nuovo capace di cogliere l’altrove. E’ proprio questa “seconda vista” a spingere l’artista peruviana Lucy Jochamowitz ad aprire una finestra sul suo mondo interiore per esercitare un delicatissimo sguardo introspettivo, portando in superficie il frutto più puro di quel vagare. Uno sguardo che affonda le sue radici nella cultura Andina, sviluppata dagli antichi peruviani nell’arco di più di diecimila anni, grazie all’interazione tra intuito, logica e immaginazione; proprio la centralità della dimensione immaginativa spinse questi popoli a fare della maestosa catena montuosa delle Ande l’osservatorio astronomico privilegiato per inventare una geometria sacra capace di mappare le costellazioni e persino un sistema matematico per spiegare le leggi della natura.

Il frutto dell’immaginare di Lucy Jochamowitz è raccolto nello spazio intimo della galleria, un luogo che custodisce, come in uno scrigno, trenta preziose opere su carta. Una sequenza di delicati disegni legati da un sottile filo rosso come una collana d’occhi, di sguardi rivolti all’altrove, al fluire libero dell’immaginazione. In queste opere il mondo interiore dell’artista si mescola con l’universo simbolico della sua cultura d’origine: un mondo di matrice primitiva, ancestrale, dove la favola e il mito convivono con i rituali della vita quotidiana. Sulla carta fluiscono sentieri che si intersecano come fili per poi prendere strade diverse, trame fitte di nodi e bruschi ritorni, configurazioni simili a costellazioni. Uno spazio di libertà dove l’artista intesse cielo e terra, sacro e profano, terreno e sublime.

La ricerca artistica di Lucy Jochamowitz, pur arricchita dal carattere cosmopolita dell'artista che, poco più che ventenne, si trasferisce a Firenze, si muove tra la scultura e il disegno su carta senza mai perdere di vista la cultura sudamericana e la sua matrice: il legame con la terra come elemento vitale, linfa che apporta nutrimento.

Lo spazio espositivo diventa dunque lo spazio metafisico all’interno del quale confluiscono questi due mondi. Uno spazio intimo, quasi domestico, dove il fruitore è invitato a toccare le cose con gli occhi, ad esercitare una sorta di “voyeurismo tattile” indugiando sul particolare senza cogliere necessariamente l’insieme, a perdersi lasciando che i sensi proseguano a tentoni, senza meta, per poi ritrovarsi. Immaginare diventa dunque un atto privo di confini sensoriali, una dimensione sinestetica che coinvolge tutti i sensi. Vedere con gli occhi è allora come toccare con la mano, una commistione di sensi suggerita anche da García Lorca nella poesia Río Azul, dove il poeta descrive la distesa d’acqua che si estende dinnanzi a lui con l’espressione sinestetica «un braccio di pupilla infinita». Come un prolungamento della vista, l’opera scultorea centrale di Lucy Jochamowitz, dalla cui cima scendono rami rossi che si intersecano come vasi sanguigni, si pone in dialogo con i disegni che la circondano suggerendo un movimento circolare che ricorda il divagare dell’immaginazione, un moto perpetuo senza capo né coda.



Beatrice Audrito