Lucy Jochamowitz non è straniera al Bisonte: fu allieva della nostra scuola di specializzazione e regolari sono le sue visite, spesso accompagnata dai suoi allievi; inoltre una sua incisione si trova nella nostra collezione e per il visitatore che superi le prime due stanze della nostra galleria è facile individuarla. Con questa mostra l’artista torna ad un luogo che le è stato significativo.
Il lavoro di Lucy Jochamowitz si colloca in una zona di confine tra pratica simbolica, memoria e costruzione di un immaginario archetipico.
La prima cosa che colpisce della sua pratica è la ristrettissima palette cromatica su cui fa affidamento nel suo operare calcografico, bianco nero e rosso. Uscendo dalla tradizione del bianco e nero, aggiunge una lastra alla sua routine di stampa, ma si limita ad un solo colore in più: il rosso, colore dalla forte ambivalenza: amore-morte, eros-vulnus, che nelle opere di Lucy attira lo sguardo e sottolinea significati, dà forma all’oggetto simbolo (o al suo contraltare) in quella rigorosa misura che sono le sue costruzioni iconografiche, diventando esso stesso un corpo.
L’artista costruisce nei suoi lavori, attraverso una ricerca visiva rigorosa, una distanza simbolica da un humus emotivo in cui scorgiamo temi come lo sradicamento, l’identità femminile, la presenza, l’abitare, e una sovrastruttura di figure iconiche quasi primordiali mediate da una sintassi condivisa e universale. Le gonne, le case, i rami, le radici, gli occhi e il sangue non sono metafore private ma immagini primarie che attivano costellazioni simboliche in senso Junghiano, che risuonano con il sentire dell’osservatore e ci forniscono una mappa per orientare la nostra simpatia emotiva nell’esplorazione di questa serie di incisioni.
La principale chiave di lettura ci arriva dal titolo della mostra “Verso Casa / altri tentativi”: la casa si presenta al centro di un anelito identitario, nucleo emotivo chiarissimo ma in un idea di essa non statica: una casa che genera arti, chiede contatto, viene cercata; non è una architettura funzionale ma uno spazio affettivo, deposito di immaginazione e di memoria. Diventa una “casa mobile” e dall’identità nomade, che può essere messa in relazione con il pensiero di Gaston Bachelard, in particolare con La Poetica dello Spazio dove il filosofo descrive la casa come organismo immaginativo, non più un luogo fisico ma topografia psicologica nei suoi spazi, nella sua verticalità.
Al perentorio scandire di figure simboliche e agli atti di rigorosa catalogazione sfuggono per leggerezza la tazza sospesa sopra la sedia vuota e la barchetta di origami, che introducono un elemento di precarietà poetica. Sono oggetti quotidiani resi instabili, simboli di transito e attesa. Qui emerge una dimensione melanconica, una consapevolezza dello smarrimento sublimati in una delicatissima iconografia. Oggetti che risuonano con la filosofia di Remo Bodei: gli oggetti sostituiscono il soggetto, lo rendono leggibile nelle sue tracce, saturi di esperienze, intrisi di vissuto, fanno vece del soggetto che si ritrae dalla narrazione prettamente biografica. Questa sintassi riverbera una sorta di grafia mnemonica dell’artista, una circoscrizione di “luoghi della memoria”, come identificati da Pierre Nora, come zone personali e intime di celebrazione e conservazione a fronte di uno sfrangiamento delle narrazioni condivise.
Con le sue incisioni Lucy Jochamowitz si appropria di questo luogo, lo trasforma, seppur in modo effimero, in una di quelle case che nutrono lo spirito della sua ricerca.
Simone Guaita